LINEE DI RICERCA
Gli agenti infettivi
Considerate le caratteristiche simil-influenzali di questa malattia, vari gruppi di studiosi si sono cimentati nella ricerca di un possibile agente infettivo che ne desse ragione: già negli anni ’80, prima ancora che venisse coniata la terminologia “Chronic Fatigue syndrome”, l’affezione era etichettata come “Chronic EBV”, a causa degli elevati titoli anticorpali che molti pazienti esibivano nei confronti del virus, e considerato che una mononucleosi acuta genera spesso quadri sintomatologici simili a quello della CFS.
Ben presto ci si rese conto che il virus non poteva essere la causa della malattia, almeno non univocamente, in quanto altrettanti pazienti mostravano dalle analisi del sangue di non essere mai venuti a contatto con quell’agente patogeno.
Seguirono segnalazioni di possibili infezioni da retrovirus, come htlv2, e da enterovirus, come coxackie B, ma anche queste non furono confermate in modo uniforme dai vari ricercatori.
Negli anni ’90 l’ipotesi più accreditata considerava un’”iperattivazione immunitaria autosostenuta” come la principale causa della patologia, possibilmente scatenata inizialmente dal contatto con un agente infettivo anche comune, tanto che la CFS merita l’appellativo di “cytokine disease” da parte degli scienziati giapponesi. In effetti, parecchie citochine e interferoni, mostrano, in vari modelli sperimentali, di indurre febbre, malessere, fatica, sonnolenza, artromialgie, tutte caratteristiche estremamente comuni alla maggior parte degli ammalati.
Progressivamente, con l’affermarsi della metodica della PCR (Polymerase Chain Reaction), è divenuto possibile dimostrare che alcuni agenti infettivi persistono in modo cronico nell’organismo dei pazienti, contribuendo probabilmente a generare uno stato di infiammazione e attivazione immunitaria di basso grado, ma persistente. Seguendo questa linea, il Prof. Garth Nicolson, eminente studioso appartenente al corpo medico dell’esercito statunitense, ha segnalato infezioni croniche da micoplasmi in quasi il 50% dei pazienti, i quali sembrano rispondere positivamente a terapie antibiotiche di lungo termine, diventando asintomatici; analogamente il dott. Chia in California ha recentemente dimostrato che in un sottogruppo di pazienti si osserva la persistenza di RNA di enterovirus a livello muscolare, e non mancano segnalazioni riguardanti la riattivazione di virus erpetici, in particolare citomegalovirus, EBV, ed herpes 6, e talvolta anche di agenti meno comuni. Anche alcune terapie antivirali hanno avuto un certo grado di successo nella riduzione o eliminazione dei sintomi, a conferma del ruolo che queste infezioni potrebbero giocare.
Il vero significato di queste osservazioni rimane comunque in gran parte oscuro, poiché i vari meccanismi immunologici che questi innescano, oppure di cui essi rappresentano la conseguenza, come opportunisti, sono per ora tutt’altro che chiariti.
L’ipotesi immunitaria
Le funzioni immuni sono state quelle finora più studiate nell’ambito della CFS. Sono finora emerse varie anomalie, sulla base delle quali vengono costruite ipotesi fisiopatogenetiche di vario tipo.
A livello cellulare, è stata riscontrata una deficienza immunitaria caratterizzata da una bassa funzionalità delle cellule T citotossiche e soprattutto dei linfociti Natural Killer: entrambi sono carenti in perforina, una piccola proteina che essi utilizzano per espletare parecchie delle proprie funzioni. Le culture cellulari, inoltre, mostrano una ridotta risposta ai mitogeni, indice di una riduzione della funzionalità immunitaria cellulare. A livello umorale, si osservano deficienze in alcune classi di immunoglobuline, soprattutto le IgG, in un’alta percentuale di pazienti. D’altra parte, sono presenti pure segnali di attivazione immunitaria, come in risposta a stimoli infettivi: un numero aumentato di linfociti T attivati ed alcune significative alterazioni nei livelli di citochine proinfiammatorie. Le cellule T helper sono prevalentemente Th2 e c’è una diminuzione dell’immunità Th1, consistente con una ridotta risposta ai virus ed ai batteri intracellulari, e con una aumentata produzione di fenomeni atopici allergici. Sulla base di queste osservazioni, è stato ipotizzato un circolo vizioso a livello infettivo - immunitario, in cui si assiste da una parte ad una iper-attivazione dell’immunità, con aumentato rilascio di citochine e di fattori infiammatori, e dall’altra ad una bassa efficienza della stessa nel contrastare vari antigeni, che darebbero quindi luogo ad un’attivazione cronica del sistema.
Molti ricercatori, i più attivi dei quali sono stati i belgi del gruppo di Kenny De Meirleir, uno studioso molto conosciuto in questo campo, si sono inoltre concentrati sul pathway antivirale dell’interferone, componente importante nel sistema dell’ “immunità innata”, a livello intracellulare: esso appare fortemente sregolato nel 70% circa dei casi di CFS: nello specifico, la via della 2-5oligoadenilato-sintetasi\RnasiL è attivata in modo anomalo, e si accompagna ad un processo di frammentazione proteolitica dell’RNasi L, tipica della CFS e assente nei controlli sani o nei portatori di altre patologie: il suo significato è ancora in corso di studio, ma potrebbe svelare molti misteri sui meccanismi che portano la malattia a perpetuarsi e che generano molti dei suoi sintomi. Anche la via della protein-kinasi R (PKR) è alterata, con conseguente iperproduzione di ossido nitrico, anch’esso al centro di una complessa interpretazione fiosopatologica riguardante la sindrome. La proteasi responsabile del clivaggio dell’RNasi L è l’elastasi, sostanza infiammatoria che si ritrova in grande quantità nel sangue dei pazienti e che viene prodotta da monociti e neutrofili in risposta a stimoli infettivi: si crea quindi un interessante nesso con la teoria delle infezioni croniche.
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